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Chiamalo Fazioli

Submitted by giulia.zerbo on Monday, 22 March 2010One Comment

DSCF8311di Daniele Capra
Giornalista, critico d’arte, insegnante di musica.

Intervista estratta dal terzo numero di “!” Innov(e)tion Valley Magazine

Il diploma di pianoforte, l’assidua frequentazione di concerti con alcuni degli interpreti storici del Novecento, come Kempf, Michelangeli, Brendel. Ma anche la laurea in ingegneria e l’azienda di famiglia nel settore del legno. Nasce dalla particolare biografia del suo fondatore, Paolo Fazioli, una delle più prestigiose fabbriche di pianoforti del mondo. Il segreto dell’eccellenza? In un mondo che tende alla standardizzazione il processo costruttivo dello strumento avviene combinando il massimo della tecnologia con il lavoro artigianale… Se telefonate alla Fazioli, prima ancora di parlare con la persona che cercate c’è una melodia ad accogliervi, morbida e delicata. È il languido tema del “Sogno d’Amore” di Franz Liszt. La domanda che può sorgere spontanea su chi sia l’interprete è in realtà l’unica possibile, perché ovviamente il pianoforte è uno di quei magnifici strumenti prodotti dall’azienda di Sacile, in provincia di Pordenone. Una realtà numericamente di nicchia, ma che da anni vede i propri prestigiosi strumenti nelle sale da concerto, negli studi di registrazione e nelle case degli appassionati musicisti ai quattro angoli del mondo. N e abbiamo parlato col fondatore Paolo Fazioli, che da qualche anno con l’aiuto dei propri dipendenti ha attivato a fianco allo stabilimento una Concert Hall in cui transitano molti dei talenti dello strumento…

Ci racconta la sua storia?
Sono romano e vivendo e studiando nella capitale ho avuto la fortuna di ascoltare molti dei pianisti storici del secolo scorso. Tenga conto che non provengo da una famiglia di musicisti o di persone che praticavano attivamente la musica, come troppo spesso accade qui da noi in Italia. Che detto per inciso è una delle nostre rovine, dato che la pratica strumentale è sempre stata vista, sin dalla nascita del paese nel Risorgimento, come intrattenimento o cose da signorine! Dopo il diploma in pianoforte mi era comunque chiaro che, provenendo da una famiglia di imprenditori, non avrebbero mai agevolato una mia eventuale carriera musicale, quindi ho proseguito gli studi fino a diventare ingegnere. A quel punto ho cercato di mettere assieme le due cose.

Quindi l’azienda nasce da un compromesso tra la sue passioni e le aspettative di famiglia?
Direi proprio di sì. In qualche maniera ho cercato di compiere un’operazione creativa che rendesse possibile la soddisfazione delle esigenze personali e con quelle di casa. L’azienda di famiglia produceva mobili d’ufficio, il che in qualche maniera è stato uno degli elementi che poteva essermi d’aiuto.

Com’ è partito?
Ovviamente studiando e analizzando centimetro per centimetro i pianoforti e le logiche produttive delle aziende che c’erano già. Sarebbe stato supponente non farlo. Sulla scorta di queste analisi siamo partiti con un nostro progetto, eravamo in tre più altri consulenti esterni di grande professionalità. È stato un percorso difficile poiché bisognava capire in quale direzione sviluppare il lavoro, se ad esempio soluzioni non adottate dalle altre aziende dipendessero solo da una tradizione produttiva o fossero al contrario scelte obbligate. A qual tempo il mercato dei pianoforti era dominato da grandi marchi ormai storicizzati che sembravano essersi spartiti le quote senza particolare interesse a scombinare la cosa: c’era cioè una stra- tificazione in qualche maniera accettata da tutti. Avvertivo invece che c’era lo spazio per proporre un pianoforte a coda di alta qualità (non realizziamo strumenti verticali), e al di fuori delle logiche di produzione di massa…

Ma lo standard delle grandi aziende non era già alto?
Era buono ma migliorabile. L’affidabilità e la precisione erano ben lungi da essere assolute: ad esempio anche l’accordatura dei pianoforti attuali è più stabile di quanto non accadesse coi modelli di trent’anni fa. Ora il processo produttivo è sorvegliato da macchine a controllo numerico che consentono tolleranze bassissime. A me poi interessava svincolarmi dalla modalità produttiva dell’industria che, dopo aver realizzato un prototipo, deve eseguirne mille pezzi uguali in maniera tale di poter ammortizzare i costi. Forse sembrerà un po’ naif, ma l’idea di poter intervenire continuativamente migliorando il modello o sperimentando nuove soluzioni è stata per me irresistibile.

Quando viene creato il primo pianoforte? E come suonava?
Nasce nel 1980, dopo grandi sforzi. Ora quel pianoforte è in azienda. Suonava bene, ma di sicuro quelli che escono dall’azienda ora suonano meglio e sono più affidabili!

Ma sono differenze percepite dall’utente finale o per lo più sono rilevabili solo attraverso una strumentazione?
Sono microcambiamenti ma sono continui. È un po’ come il caso di un’automobile: se lei cambia l’auto una volta all’anno non si accorge di grandi differenze; se invece adopera la stessa macchina per dieci anni quando ne guiderà una nuova le sembrerà radicalmente differente.

E per quanto riguarda la durata?
Il pianoforte è uno strumento che spesso si è trasmesso da padre a figlio. Ma bisogna premettere che per le ragioni costruttive è soggetto ad usura. Mi riferisco soprattutto alla martelliera – la parte predisposta a percuotere le corde – e alle corde, che essendo realizzate in acciaio armonico dopo una ventina d’anni perdono le proprie capacità dinamiche. La stessa tavola armonica che trasmette le vibrazioni all’aria cede e in qualche maniera si fiacca, producendo un suono forse più caldo ma meno scattante: d’altro canto è sottoposta ad una tensione sulla propria superficie di una ventina di tonnellate!

Quando è stata la prima volta che un suo pianoforte è stato impiegato in un concerto?
Era il 1983, e lo strumento, dopo le comprensibili reticenze da parte della pianista che non aveva mai sentito parlare dell’azienda, fu utilizzato qui al teatro di Sacile. Quel piano fu poi acquistato da un negozio di strumenti e cominciò a girare la regione per essere impiegato nei concerti. Erano i primi riscontri tangibili del nostro lavoro.

In ventinove anni di attività quanti strumenti avete prodotto?
Circa 1800. Messi in fila abbiamo fatto il conto che sono quasi 4 chilometri! Ora ne realizziamo 110-120 ogni anno, nei differenti modelli, dalla mezza coda fino alla gran coda da concerto da oltre 3 metri. Di ciascun pianoforte conserviamo una documentazione con tutte le caratteristiche, dato che vi sono sempre delle differenze anche all’interno degli stessi modelli. In questo modo quando ci capita di eseguire della manutenzione sullo strumento sappiamo la sua storia fine nei dettagli.

E quali sono le caratteristiche del suono del pianoforte Fazioli?
Direi la solarità e la ricchezza di armonici, che ne fanno uno strumento per così dire caldo, solare mediterraneo. Nel contempo la complessità sonora non intacca mai la chiarezza.

Il timbro particolare del pianoforte Fazioli nasce dal suo gusto?
Direi di sì. Mi ci ritrovo, sento il carattere espansivo che abbiamo di noi Italiani…

Quali sono i vostri clienti?
Essenzialmente il mondo professionale, quindi sale da concerto e d’incisione e i musicisti. Poi non le nascondo che c’è una schiera di praticanti molto facoltosi – tra cui il Sultano del Brunei – che prendono lo strumento per un fatto di prestigio. In piena onestà questi mi danno un po’ meno soddisfazione rispetto ai pianisti di razza, poiché mi sembra che tengano in garage un’auto da corsa!

E la Concert Hall a fianco dello stabilimento?
Volevo fare una sala da concerto e ci si sono riuscito. È stata una cosa difficile da realizzare e la sua organizzazione tutt’ora ci porta via molte energie. Ma è un piacere vedere che i miei dipendenti mi aiutano e frequentano i concerti. E poi sono stati venduti molti abbonamenti alla stagione concertistica. Segno che, in barba a tutto qual che si pensa e si dice, di musica vera nel nostro paese si sente ancora bisogno.

One Comment »

  • Marco said:

    Salve.
    Senza dubbio una casa che vuole imporsi come ditta di pianoforti a livello massimo deve avere più rivenditori e non uno solo a Milano che manco é la capitale!!!
    Nei negozi non ci sono Fazioli, che quindi non si possono provare. Risultato: facile asserire che sono ottimi. Se non si possono provare come si fa a controbattere che non é vero???
    Andare a Sacile? a Milano? Siamo seri! Possono o sono disposti tutti a fare ciò??
    77000 € per un piano da 180 cm contro i 62.000 della Steinway ( marchio affermato, al contrario di Fazioli che deve farsi strada e finora sta tentando ciò all’estero!!!) mi sembrano ridicoli!!
    Sarei curioso di venire in fabbrica vedere tutte le fasi, suonarlo per un mese intero ( sempre che non sia evidenti che suoni male!!!!) e poi dare un giudizio.
    Dico questo perché la politica commerciale ed il suo prezzo sono davvero una “provocazione”.
    Chi si propone a tali prezzi poi deve essere giudicato in maniera severa!
    Vi saluto.

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