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Mani all’arte

Submitted by giulia.zerbo on Thursday, 29 April 2010No Comment
Ph: neon di NeonLauro

Ph: neon di NeonLauro

di Marco Enrico Giacomelli, studioso di estetica e vicedirettore di Exibart.

Si potrebbe e si dovrebbe scrivere una storia industriale dell’arte. Mettendo a confronto l’evoluzione dell’arte e dell’industria, le loro vicende, le storie che hanno avvicinato e allontanato l’una dall’altra, in un movimento pendolare di avanzate e rincorse, arretramenti e frenate, di passi fianco a fianco e di richiami a distanza. Una seconda storia, raccontata innumerevoli volte, narra dell’intreccio altrettanto complesso e avvincente fra arte e artigianato. Della loro originaria indistinzione, della loro dolorosa e talora gloriosa separazione, e poi – anche in questo caso – delle alterne vicende che hanno visto incessanti movimenti di accostamento e respingimento. Si potrebbe fare di più, e raccontare insieme le due storie. A partire da quel nodo gordiano che univa – e che oggi, spesso, torna a unire – queste tre componenti, questi concetti, questi modi-di-fare: industria, arte, artigianato. Qui e là se ne parla e se n’è parlato, ma troppo spesso scegliendo come punto di partenza, come prospettiva, l’arte, o ancor più il design, dov’è storicamente più semplice imbastire questi discorsi. Un approccio oltremodo interessante è quello che, in qualche sorta, propone questo numero di Innov(e)tion Valley Magazine, sin dall’editoriale di Cristiano Seganfreddo. Ossia: adottiamo il punto di vista dell’industria artigianale. Industria artigianale: un ossimoro, un paradosso, un nonsense per chi ancora pensa l’economia in meri termini (post)fordisti. Una realtà, invece, per chi percorre certe strade del Nordest. Dove si accalcano, dove precipitano – chimicamente parlando – i tre concetti e i tre approcci di cui sopra. Dove l’innovazione va a braccetto con la manualità, dove i laptop sono macchiati di vernice, dove l’arte diventa realtà tridimensionale, maneggevole e unica, pur sfruttando processi produttivi industriali. “Corretti”, se così si può dire, da un sapere artigiano che suona tutto fuorché conservativo e conservatore.

1) Technogel
Veniamo agli esempi, alle eccellenze radicate sul territorio, ma che guardano al pianeta. Mentre il pianeta, in molti casi, guarda a esse. Come si fa a raggiungere e mantenere obiettivi del genere? La parola d’ordine, sostiene Massimo Losio, presidente di Technogel (azienda produttrice del gel omonimo e leader mondiale nel settore), è “fare impresa”. Un’impresa dove al centro sta l’umano, “punto fermo” senza se e senza ma. Dove l’imprenditore è accostato all’artista per una ragione semplice e basilare: “Entrambi pensano al futuro”. È dunque naturale che l’artista – e il designer, e l’architetto – entri in dialogo con un’impresa così strutturata, “infondendo libertà di pensiero in azienda”, prosegue Losio. Se dunque in principio s’è trattato di “semplici” commissioni, provenienti da personaggi del calibro di Philippe Starck, Rem Koolhaas e Steven Holl, la svolta è avvenuta dopo che Mariko Mori si è rivolta alla Technogel. Matura così l’interesse per l’arte contemporanea, stimolo per ridefinire ancor più l’immagine di un’azienda che “pensa”, sottolinea Losio, e che “esprime la volontà di lavorare con gli artisti”. Per dirla in altri termini, si tratta di un processo che non è “calato dall’alto”, come si suol dire; che non procede da un vero o presunto spirito filan- tropico o dalla figura dell’imprenditore-collezionista. Prova ne sia il fatto che le opere della “collezione” restano in azienda, in quell’azienda ove sono state prodotte. A partire da questo punto, le possibilità aperte sono innumerevoli. Una delle strade battute è, per esempio, la collaborazione con la Fondazione March di Silvia Ferri, che seleziona un artista all’anno, il quale lavora su un tema insieme a Technogel. Un’altra, simbolo e sintomo di una vicinanza all’arte che è insieme aziendale ed emozionale, per così dire, è la realizzazione di sculture con Akira Arita, artista giapponese che vive ad Asolo, col quale Massimo Losio ha intessuto un rapporto di stretta amicizia. Ed è proprio quest’ultimo esempio che, forse, meglio sintetizza il motto dello stesso Losio e della Technogel: “Globalizzare i valori”. A dire che il localismo in sé e per sé non è affatto interessante, né più né meno dell’uniformazione dei Mc Donald’s sparsi a pioggia in tutto il globo. Che questa crisi possa avere pure risvolti positivi, reiniettando nel mondo dell’impresa – e non solo – un’etica necessaria per raggiungere risultati come quelli di Technogel? La quale, sia detto per inciso, esporta il 98% dei suoi prodotti. Che fare, allora, per rimettere in gioco il nostro Paese? Losio, tra il serio e il faceto, immagina una “quarantena” d’un paio d’anni per la nostra classe dirigente. Da trascorrere rigorosamente all’estero, “con umiltà”.

2) NeonLauro
Secondo esempio: l’azienda NeonLauro, fondata nel 1956 da Lauro Piaia. Una realtà autenticamente artigiana, a conduzione familiare, che da oltre mezzo secolo realizza insegne. Dal 2008 la NeonLauro è passata in mano a Raimondo Piaia: “Dopo aver lavorato per anni in ambito sociale, sono approdato in azienda nel 1998, e da allora ho cercato di svilupparne le capacità produttive e di espanderne il raggio d’azione, attraverso un consorzio che riunisce nove aziende simili, sparse un po’ in tutt’Italia, in modo da poter avere accesso a gare d’appalto su scala nazionale”, racconta. E in campo artistico? “Nel campo dell’arte, la tecnologia del neon viene portata a livelli mai esperiti nell’ambito della pubblicità, per complessità delle forme e per l’impatto visivo che l’opera acquista, una volta installata”. Un legame, quello con l’artworld, che risale al 1997, anno della 47. Biennale, quando la Fondazione Querini Stampalia chiamò NeonLauro per produrre e installare “La materia dell’ornamento” di Joseph Kosuth. “Da allora la collaborazione si è intensificata”, ricorda Piaia, “fino a raggiungere il culmine nel 2007, quando – in occasione della 52. Biennale d’Arte – abbiamo prodotto e installato “The Language of Equilibrium” di Kosuth sull’Isola di San Lazzaro degli Armeni. Quest’impresa è stata un vero e proprio banco di prova per l’azienda, per la quantità di neon prodotto e per la complessità dell’installazione nei pochi giorni a disposizione. Questi numeri ne fanno una delle più grandi installazioni di neon mai realizzate in Europa”. Non solo neon e non solo Kosuth, però. Perché NeonLauro utilizza anche metallo inciso o verniciato, vetro e pellicola vinilica. E ha collaborato con altri artisti, Pierpaolo Calzolari ad esempio, e la Fondazione Merz, oltre ad artisti locali, principalmente giovani. “Mi piace l’idea di trasformare parte dell’azienda in un laboratorio-fucina d’idee, per dare visibilità a talenti in nuce. È un progetto che ho nel cassetto da un po’, e che spero presto vedrà la luce”. Ma i veri punti di contatto con una realtà come Technogel emergono quando si va al cuore del lavoro a contatto con l’arte: “Tutte queste imprese (perché come tali vengono vissute, da me e dai miei collaboratori, dal progetto alla realizzazione all’installazione) richiedono abilità e sensibilità. Ci vuole passione. E la passione viene ripagata solo con la soddisfazione di aver contribuito a realizzare una bella impresa. Nel fatturato di fine anno questa è una voce certo importante, ma le cifre da sole non giustificano i rischi che si corrono e le soddisfazioni che se ne traggono”, sottolinea Piaia.

3) Villari
Terzo esempio, e il luogo di nascita è ancora un laboratorio artigianale. Siamo alla fine degli anni ’60 e i fondatori sono Cesare Villari e la moglie Silvia. Una storia che rapidamente evolve, poiché le Ceramiche Villari “rappresentano oggi una delle aziende leader nel settore della porcellana artistica in Italia e nel mondo”. In questo caso, dunque, l’azienda stessa nasce su una base artistica, con la diretta ispirazione della porcellana Capodimonte, “ma anche da un certo gusto barocco”, dichiara Alessandra Villari, “e nell’ultimo periodo l’azienda sta affrontando il tema dello stile Impero, con risultati veramente interessanti”. Va da sé, dunque, la collaborazione con gli artisti che ricercano artigiani italiani in grado di dar vita alle loro idee. E tuttavia, sottolinea Alessandra, “all’inizio della nostra attività gli incontri erano molto più casuali. Per esempio, nel 1988 Jeff Koons era alla ricerca di un’azienda leader nella produzione della porcellana in Italia e trovò la nostra azienda a Milano alla Macef”. È così che nasce la realizzazione di Michael Jackson and Bubble: un lavoro durato oltre quattro anni. Sempre per Koons, in seguito è venuto Saint John the Baptist. “Queste opere colossali sono realizzate interamente a mano. Una rappresenta San Giovanni Battista, una libera interpretazione del San Giovannino di Leonardo da Vinci, mentre l’altra è la ben nota statua in dimensione naturale Michael Jackson and Bubble, che ritrae Micheal Jackson con il suo piccolo scimpanzè in braccio, dipinto interamente in oro zecchino”.

4) Zanchetta
Quarto e ultimo esempio, anche se si potrebbe agevolmente proseguire. È la “bottega” Zanchetta marmi, nata nel 1862 ai piedi del Grappa. Qualche nome di artisti che si sono avvalsi della perizia di questi scalpellini? Natalino Andolfatto, Alfonso Fortuna, Ben Patterson, Amedeo Fiorese. Senza dimenticare, va da sé, “Touch me Piece III” di Yoko Ono, opera esposta alla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia durante la Biennale. E, sia detto per i più smemorati, si tratta di quella stessa Yoko Ono che, insieme a John Baldessari, l’anno scorso si è aggiudicata il Leone d’Oro alla carriera. Quattro esempi che testimoniano ancora una volta della ricchezza di uno spicchio del territorio italiano. Che ha saputo miscelare con accuratezza imprenditoria e arte. L’una al servizio dell’altra e viceversa, senza mai scordarsi dei rispettivi, legittimi obiettivi.

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