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“Artigiani nel contemporaneo”

Submitted by giulia.zerbo on Wednesday, 5 May 2010No Comment
 micelli                                                         
di Stefano Micelli – Economista, Università Ca’ Foscari di Venezia e Direttore di Venice International University

estratto da “!” Innov(e)tion Valley Magazine 3

Dopo vent’anni di servizio, Ferdinando Maraschini, professore di organizzazione del lavoro all’Università di Udine, ha deciso di lasciare l’insegnamento. È andato in pensione, ma non ha smesso di lavorare. Ha fatto domanda per un corso professionale di falegnameria e dopo un anno di formazione è stato assunto come apprendista in un piccolo cantiere di artigiani veneziani. L’accoglienza è stata un po’ scettica (“che ci fa qui un ex professore universitario?”). Ma a distanza di qualche anno, il Nando continua a lavorare felicemente con il legno.

Non capita spesso che un universitario lasci la sua cattedra per darsi al lavoro artigiano. Nonostante ciò, la storia di  Ferdinando Maraschini non ha avuto molta eco sulla stampa. Diverso il caso di Matthew Crawford, analista presso uno dei tanti think tank di Washington. Dopo qualche anno di incertezze e di insoddisfazione Crawford ha aperto la sua officina di riparazioni per vecchie motociclette. In questo caso, il cambio non è passato inosservato: quest’estate il supplemento del Financial Times gli ha dedicato una storia di copertina. Crawford ha avuto il merito di scrivere un libro di successo sulla sua conversione all’artigianato. E questo proprio nel mezzo di una crisi finanziaria che ha minato nel profondo il mito degli “analisti simbolici” di cui abbiamo sentito parlare a lungo dagli anni ’90 a oggi.

Al netto dell’enfasi sui media, le due storie hanno molto in comune. Prima di tutto la passione per il lavoro manuale. Poi il piacere di gesti socialmente riconoscibili: il ritorno al lavoro artigianale riflette il desiderio di fare cose che la gente capisce. I gesti dell’artigiano ripropongono una tradizione e un’identità professionale che, almeno in Italia, sono ancora profondamente radicate. Il valore del lavoro è legato anche alla sua capacità di fornire un ruolo alle persona che vive nella comunità. Però… Con tutta la simpatia che possiamo provare per queste o altre storie, qualche dubbio si insinua. Il dubbio è che si tratti di percorsi secondari, fughe eleganti dalla modernità che ci incalza, testimonianze di resistenza attiva all’accerchiamento cui siamo costretti dal capitalismo globale. È vero che l’artigianato è il depositario di un grande patrimonio culturale, pensano i più, ma come possiamo pensare ai meccanici e ai falegnami come parte del contemporaneo? Quale spazio economico reale possono avere nel 2009 i mestieri della tradizione?

In molti argomentano a partire dalla forza dei numeri. Artigiani e piccola impresa rappresentano in Italia più o meno il 95% delle imprese attive sul mercato. Eppure stentano a far valere il proprio peso sulla scena politica e non beneficiano di particolari tutele da parte delle istituzioni internazionali . Il problema, dicono in molti, è dare maggiore visibilità a queste piccole imprese e a questi mestieri, per farli diventare i veri protagonisti della vita politica nazionale.

Questo atteggiamento “sindacale” ha, senza dubbio, alcuni meriti. Ma rischia di non mettere nella dovuta evidenza il contributo dell’artigianato alla competitività delle imprese leader del nostro paese. Ragionare sui numeri ha un senso a condizione di cogliere la qualità del contributo del lavoro artigiano rispetto al valore del nostro Made in Italy. In questa prospettiva, è utile fare qualche passo in più nel ragionamento. Ci siamo abituati a guardare alla piramide che compone la struttura industriale del nostro paese in modo orizzontale (una larga base di microimprese che sostiene vertice di poche migliaia di imprese leader), contrapponendo gli interessi di grandi (o medie) imprese a quelli delle piccole. Questo è ciò che successo, ad esempio, nella messa a punto della legge sul Made in Italy proprio in questi mesi.

Più interessante è guardare in modo verticale alle connessioni che ormai legano le imprese leader al tessuto di piccole imprese attraverso il concetto di filiera. Si tratta, in altre parole, di sottolineare come l’artigiano svolga un ruolo cruciale di interfaccia fra fasi diverse della catena del valore a livello locale  così come a livello internazionale. Se  ragioniamo in termini di filiere, vediamo che il ruolo dell’artigiano emerge a più riprese e con funzioni diverse. Vale la pena considerare le più interessanti. L’artigiano adattatore. Il nostro saldo commerciale con l’estero, in particolare dal 2005 in poi, deve molto alla competitività delle nostre imprese impegnate nella produzione di macchine complesse. Queste macchine vengono prodotte in Italia, per essere spedite e montate in tutto il mondo. La fase di montaggio e di registrazione è essenziale. Tanto più una macchina è particolare e personalizzata, tanto più l’“ultimo miglio” richiede attenzione e flessibilità. Per montare macchine utensili di valore servono capacità di adattamento e competenze che solo l’artigiano possiede. Le economie di scala sono garantite dall’impresa di produzione, a monte del processo. A valle l’artigiano sigilla la qualità di un prodotto su misura.

L’artigiano traduttore. È vero che il settore dell’abbigliamento è stato oggetto di delocalizzazione. È altrettanto vero che alcune fasi del processo sono rimaste in Italia. La più importante è quella che connette la creazione stilistica con la produzione delle prime serie nelle diverse varianti di taglia e colore. Questa attività di sviluppo prodotto rimane appannaggio di artigiani qualificati, capaci di collegare il talento creativo dello stilista con le esigenze della produzione. Non si tratta di gesti scontati, ma di un’attività creativa così come è creativo il lavoro del traduttore.

L’artigiano prototipista. Ci sono molti artigiani in grado di creare forme originali. Nella maggior parte dei casi, questa creatività si riflette in pezzi unici da promuovere e tutelare allo stesso tempo. Mi è capitato di osservare spesso nelle  gallerie di Murano pezzi unici straordinari. Mi sono chiesto spesso perché non semplificare alcune delle forme messe a punto dai maestri del vetro per serializzare la produzione di pezzi più “facili” da portare sul mercato in forma semi-industriale. La creatività dei maestri non ne sarebbe oscurata. Al contrario, il dispositivo della replica è probabilmente una delle poche soluzioni percorribili per giustificare i costi di una continua attività di sperimentazione.

Tutte queste figure di artigiano svolgono una funzione essenziale nel connettere processi economici di tipo industriale e distributivo su larga scala. In alcuni casi, pochi per la verità, l’artigiano è capace di impersonare più profili allo stesso tempo: immagina prodotti innovativi, li sviluppa, li produce e li porta a casa del cliente. È il caso dei pianoforti prodotti da Fazioli, dei vasi di vetro prodotti nelle fornaci di Venini, delle scarpe prodotte da René Caovilla. Si tratta, comunque, di eccezioni. Nella maggior parte dei casi, gli artigiani dominano competenze specifiche che possono e devono essere valorizzate nel confronto con la grande impresa industriale e di distribuzione. I segni di una nuova ecologia fra grandi marchi e piccole imprese artigiane sono già visibili. Paradossalmente non li propone tanto la politica o il mondo associativo, quanto le imprese che di questo nuovo equilibrio si sentono responsabili. La pubblicità di Louis Vuitton che ritrae artigiani al lavoro in pose classiche è un segno evidente che i primi a capire l’importanza dell’uomo artigiano (anche dal punto di vista della comunicazione) sono proprio i promotori del lusso a scala internazionale. Il lusso è uno dei comparti in cui il ruolo dell’artigianato è cruciale. In realtà il peso dell’artigiano, sia esso indipendente o inserito all’interno di un’organizzazione più strutturata, copre un ventaglio di attività molto più ampio e differenziato. Non si tratta di un contributo marginale all’industria nazionale. Al contrario, continua ad essere un ingrediente essenziale per il Made in Italy da esportazione.

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