Home » ARTE E ATTIVITA' PERFORMATIVE

Contro la ruggine del Nord–est

Submitted by Marco Mari on mercoledì, 15 luglio 2009No Comment
di Daniele Capra – Giornalista, pianista e critico d’arte.

_MG_9865La cosa migliore per capire bellezze e contraddizioni del Nordest è prendere l’aereo da Treviso. Provate ed incollatevi al finestrino. Piano piano, mentre il velivolo sale, si srotolano sotto i nostri occhi campi, piccoli, boschetti, centri urbani, un reticolo di strade sperse ed arterie prossime al collasso per il traffico. E poi le zone industriali, che punteggiano il territorio come una biblica invasione di locuste. Secondo una teoria mai smentita infatti, il lavoro deve essere separato dalla vita: c’è insomma un posto per sudare, sulla scrivania o tra le macchine industriali; ed un posto per dormire e passare il tempo. Ma tra questi due luoghi, fino agli anni Novanta non esisteva cesura. Antropologicamente, per le persone che hanno trasformato, con la loro operosità, questi posti nei più ricchi d’Italia, le due cose coincidevano, e tutt’ora è così. Il capannone non era solo attaccato alla casa, ma era la casa. O quanto meno la necessaria protesi lavorativa dell’esistenza. Ed è proprio in uno di questi vecchi luoghi di lavoro, di polvere e sudore, che abbiamo incontrato Mario Brunello, violoncellista controcorrente ed engagé. Che ci racconta come è nata la sua passione per un capannone, che ha poi trasformato, grazie a moglie ed amici, in un centro culturale dal nome ambizioso. Antiruggine…

Come nasce l’Antiruggine?

Tutto nasce dalla sensazione che gli spazi che frequentavo abitualmente, come teatri e sale da concerto, fossero un po’ stretti per comunicare con le persone. Mi sembrava limitativo fare musica solo nella cornice del palcoscenico, quando poi ci sono anche altre suggestioni, altre strade che portano proprio alla musica, seppure da punti vista molto diversi. Ci sono ad esempio le suggestioni della lettura, di una frase sentita alla radio, o di un artista che racconta quello che vede. È stato a quel punto che ho pensato che fosse possibile coinvolgere le stesse istituzioni con cui collaboravo.

In che modo?

Ho lavorato a dei progetti e ho cercato di coinvolgerle, ma era un lavoro molto difficile, un po’ per le resistenze ad aprire su settori differenti a quelli per cui sono nate, un po’ per la difficoltà ad operare in continuità, in luoghi anche distanti. A quel punto ho maturato l’idea che forse era meglio lavorare nella zona in cui vivo, cioè Castelfranco Veneto, e con mia moglie Arianna ci siamo messi a cercare. Per le nostre esigenze in questo territorio c’erano due tipologie di luoghi: le chiese sconsacrate ed i capannoni. Che poi sono spazi che appartengono al DNA del Nordest…

E poi?

Proprio in quei mesi l’amico Giancarlo Baggio, che fa di professione il fabbro ed è un grande appassionato di arte e fotografia, mi racconta che aveva trasferito l’attività nella zona industriale, e che voleva utilizzare quegli spazi adiacenti casa in maniera intelligente, evitando di affidarli alle grinfie di un eventuale supermercato o dell’ennesimo outlet, cosa tra l’altro qui molto frequente. Gli chiesi di vedere il capannone ed il giorno seguente mi presentai col violoncello sotto braccio. A quei tempi il posto era ancora nero e sporco di grasso, due vani uniti e scuri pieni zeppi di polvere e di ferro. Cosa faccio? Suono.

Sensazioni?

Inimmaginabili! Il luogo ha un bel riverbero, un suono ricco, che sarebbe stato ottimale anche per far suonare un’orchestra. Esattamente l’opposto di quello che ci si aspetterebbe, insomma. E poi le dimensioni, né piccole né grandi, erano proprio perfette. Era lo spazio giusto, e poi era un modo per cominciare a sfatare il cliché del Nordest che alterna centri storici da cartolina e capannoni bruttissimi in cui solo si lavora e si pensa a fare schei. In un luogo come questo si poteva cominciare a dire che un altro uso era possibile. E serviva, per cominciare, solo una bella riverniciata di bianco!

Ma ti era già chiaro il tipo di utilizzo?

Volevo proporre idee ed argomenti che non fossero esclusivamente musicali, e nel contempo mostrare come la musica non si concluda nella semplice esibizione sul palco, ma sia un linguaggio in relazione a tutti gli altri aspetti della nostra vita, dal pensiero, alla politica, all’architettura. Tanto più perché la musica colta occidentale nasce dalla possibilità di combinare i suoni, di costruire senso in modalità non dissimili da quelle letterarie o filosofiche. Al giorno d’oggi molte persone sono spaventate proprio da questa ricchezza e tendono a smarrirsi quando ascoltano suoni che esulano le logiche di quattro accordi ripetuti!

Mancano insomma le chiavi di lettura!

Penso di sì. Ma se si spiega e si racconta ciò che sta dietro si eviterebbe di sentir dire “è brutta” oppure “non la capisco”! E poi bisogna valutare il fattore tempo: la musica non richiede uno sguardo, un passaggio veloce; ma al contrario necessità di calma, di tempo, di reiterazione. Se si sorpassa la diffidenza si può scoprire come sotto ad un tessuto musicale ci siano le medesime dinamiche, riflessioni, provocazioni di ogni altra arte.

C’era insomma il bisogno di  rompere certe barriere…

Non esattamente rompere. Direi piuttosto la volontà di evitare di contribuire a sostenerle. Era fondamentale abbandonare l’idea di distacco tra chi sta sul palco e lo spettatore, che pure talvolta può non dispiacere. È per questo che all’Antiruggine non abbiamo mai voluto fare degli spettacoli ma creare degli eventi. La costruzione del senso dell’arte, ed anche della vita, avviene attraverso i nostri gesti e le nostre relazioni quotidiane. A mio avviso l’unica differenza che esiste tra vita ed arte è che quest’ultima riesce a concentrare, a stringere, a contrarre in momenti quello che di solito è sciolto nel tempo.

E perché proprio in quel capannone era possibile raccontare tutto questo?

La prima volta in cui ho suonato sotto quelle campate ho avuto la sensazione di ascoltare la musica con le cuffie. Che in quel luogo fosse possibile avvertire il suono come tuo, in una modalità protetta, avvolgente. Non sentivo che la musica avesse una provenienza, un’origine ma che appartenesse a quel posto, che ne fosse impregnato. Una cosa sorprendente!

Suppongo ti sia chiesto perchè in un’officina in cui si lavorava e sudava ci sia quest’aria magica..

Certo. Penso che sia perché quello è un luogo fatto da persone per le persone. Non è stato costruito in maniera fredda ed impersonale da gente che non si conosce, ma al contrario è stato via via costruito da gente che ha il sapore del lavoro, e che lì si sente protagonista e a proprio agio. Un po’ come le grandi architetture che celebrano non la propria presenza ma il ruolo del cittadino che vi nasce, vive e muore. Quel capannone non è stato creato aspettando poi di essere riempito dalle diverse attività, come capita ora negli edifici delle aree industriali, in cui in fasi successive trovano posto l’azienda, il magazzino, la scuola di danza o il bar. Quella struttura degli anni Cinquanta ha una natura più organica, nasce per persone che ci vivono e lavorano.

Ora invece com’è stato adattato?

È stato ripulito completamente. Il pavimento in cemento è stato verniciato di grigio mentre le pareti le abbiamo fatte di color bianco. Nel vano principale campeggia la scritta “Antiruggine”, in color arancione. Poi è stata trovata una soluzione per il riscaldamento e si è pensato un sistema di illuminazione adeguato.

E com’è strutturato dal punto di vista organizzativo?

Mia moglie continua ad essere l’organizzatrice principale. Poi ci sono i nostri amici che ci danno una mano, ma non siamo un’associazione culturale, per nostra scelta. È una cosa che tutti facciamo a titolo personale, e non ci interessano contributi pubblici o sponsorizzazioni. Pensiamo sia necessario invece che ciascuno individualmente ci debba mettere del proprio, al di fuori delle logiche del profitto dei privati ma anche quelle del consenso degli amministratori pubblici.

Non è utopico?

No! Io penso che se vado a comprare il pane sarei felice di discutere di Šostakovicˇ o di Brahms col fornaio! E poi bisogna avere pure un’utopia da inseguire, no?

Ma in quale modo funziona Antiruggine?

Non abbiamo una programmazione, in maniera tale da essere veloci e di potersi adattare alle situazioni rapidamente. Quando fissiamo un incontro – spesso perché l’autore passa da qui – mandiamo una mail alle persone che ci hanno lasciato l’indirizzo. Molte vengono anche grazie al passaparola, ed obblighiamo in qualche maniera il nostro pubblico a stare attento. Il taglio comunicativo è amichevole, basato sulla condivisione. Non esiste poi palco, chi viene qui ad ascoltare è allo stesso livello di chi racconta.

Leave your response!

Add your comment below, or trackback from your own site. You can also subscribe to these comments via RSS.

Be nice. Keep it clean. Stay on topic. No spam.