Il senso del rischio
Rischiare attorno all’arte contemporanea significa, a Venezia, sentirsi liberi dalla necessità di raggiungere grandi numeri di visitatori; di fare glamour per i vip e gli addetti ai lavori, di costruire mostre storiche o etniche; sempre cercando di accalappiare il turista.
Rischiare significa affrancarsi dai grandi nomi da esibire sul Canal Grande e sperimentare in mille modi: consentire a Lucy e Jorge Orta di dissalare l’acqua del Canal Grande nella Galleria di Piazza San Marco; lasciare che Gregor Schneider ne trasformi l’ingresso in un tunnel misterioso e nero come la morte; permettere al giovane veneziano Giorgio Andreotta Calò di portarvi un gruppetto di galline vive e al vicentino Alberto Tadiello di spingere decine di carrillon a una velocità che li porta a una rumorosa autodistruzione.
Rischiare, ancora, significa chiamare una dozzina di artisti esordienti – gente che ha scelto Venezia come suo luogo d’elezione partendo dalla città medesima, ma anche da Macedonia, Argentina, Slovenia, Brasile, Stati Uniti, Colombia e così via - a lavorare in altrettanti atelier, sperando che abbiano qualche successo (ed è accaduto davvero!) ma anche accettando che arricchiscano gli arredi “per bene” con sedie di recupero, pianole e altri oggetti da bivacco creativo. Rischiare significa lavorare senza orari, anche la sera e la domenica. Ma con la convinzione di giocare e di avere un privilegio, quello di essere in una delle città più belle ma anche, per chi sa cogliere la sfida, più sperimentali del mondo.



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