Il tempo lavora
La senti come cigola la macchina in tutte
le commessure? Ma non temere , non si sfascia,
è questo il modo suo d’essere , e non c’è mutamento
per questa nebbia.
Carlo Michelsteadter , Il dialogo della salute.
In questa grande, anzi grandissima città policentrica, che si pensa come un reticolo di piccole città, e che alla luce, ma è più giusto dire all’ombra di questo pensiero irrazionale, si amministra e si governa, tutto è piccolo, angusto, stretto, pensato a pezzi, fatto e rifatto a pezzi, proprio come le sue strade e le sue campagne eccetera; e mentre tutto, com’è ovvio, diventa sempre più piccolo, i singoli pezzi rischiano di diventare così piccoli da non permettere di essere fatti ulteriormente a pezzi, un po’ come questa frase, rischio che comunque non sembra influire minimamente sulla prassi: il processo di frammentazione continua senza sosta con la stolidità, la sciatteria e la mancanza d’amore, se si eccettua quello per il denaro, di cui l’essere umano italiano, e veneto in particolare, e per nessun’altra ragione se non che è proprio di questo che siamo chiamati a parlare, ha dato ampie e convincenti prove per come e quanto ha modificato il paesaggio, esteriore e interiore, privato e pubblico, dal dopoguerra a oggi.
A dire il vero il processo è tutt’altro che compiuto. Certo, di tanto in tanto esso subisce dei rallentamenti – crisi, poi delle brusche accelerazioni, così che la macchina cigola in tutte le commessure; ma resiste, anzi: la crisi è il modo suo di essere: se non lavora troppo, lavora troppo poco; se lavorasse il giusto, si darebbe una stagnazione che finirebbe per generare una crisi. In definitiva, a meno di un trauma davvero serio, della portata di un cataclisma, escludendo il terremoto, che avrebbe altresì l’effetto di un additivo, la macchina frammentatrice del nord-est, che qualcuno paragona spesso e volentieri a una locomotiva, ma a noi ricorda piuttosto una gigantesca betoniera su ruote che rimesta su quattro dimensioni, continuerà a percorrere senza sosta queste intasatissime e rappezzatissime strade che sono il prodotto del processo digestivo della macchina stessa, ovvero una delle tante possibilità di organizzarne le deiezioni. Il cosiddetto nord-est, affetto da pancreatite, si auto-digerisce.
Attenzione: la frase che precede non è una metafora:
Numeri da brivido: oltre 120 milioni di metri cubi di materiali estraibili autorizzati; 241 cave attive; oltre 60 milioni di metri cubi ancora da scavare. E da vendere. Un viavai di camion: arrivano vuoti, ripartono pieni e vanno a consegnare ghiaia o detriti per costruire strade, case, capannoni, massicciate ferroviarie(…). Il vicentino è la provincia con il più alto numero di cave attive, anche se Treviso conta volumi autorizzati maggiori .
Il rumore di fondo, se solo si ha voglia di ascoltare, ci accompagna costantemente, in ogni momento del giorno e della notte. Siamo così abituati che non ci facciamo caso: non lo sentiamo, non lo vediamo, non lo pensiamo; è sullo sfondo, fuori fuoco, in movimento; rumore indistinto, pensiero ancora più indistinto, fuori fuoco, in movimento, accettato come qualcosa di “naturale”, così che non c’è mutamento in questa nebbia, che è piuttosto una polvere.
Curioso: ciò che vale per l’occhio vale per l’orecchio. Credo sia per via del movimento, ovvero “lo scorrere” dei rispettivi panorami, sonoro e visivo. E di nuovo è lo stesso! Intendo il panorama. Quanto al pensiero, che è sempre stato un flusso, il suo problema è che non trova un punto fermo, un asse su cui ruotare. Può girare attorno a qualcosa solo se, girando, ne segue al contempo il flusso, ovvero, tenuto conto della velocità, non può in alcun modo starne fuori, così che l’insieme gli sfugge, o meglio essi, insieme e pensiero, s-fuggono non sullo, ma con lo sfondo . Il mio orecchio musicale dice che è tempo. Tempo? Ma di che cosa? Nel dubbio, decido per una pausa.
Alzo lo sguardo, apro una finestra. Dalla mia prima vita si affaccia un ricordo. Lo seguo. Posso permettermelo. Non è stato sempre così, al contrario: allora non avevo tempo, lo dedicavo quasi interamente alle materie plastiche. Responsabile di magazzino. Semilavorati e cartoni da imballo. Un continuo andirivieni per servire macchine, e relativi operai, che sparavano plastica fusa negli appositi stampi 24 ore al giorno su tre turni. E che magazzino! Voglio dire la struttura in sé. In effetti si trattava del capannone della vecchia fabbrica – anni 50; e siccome detto capannone era stato originariamente costruito come un ampliamento della vecchia casa padronale – anni 30, e successivamente ampliato, e la casa padronale infine abbandonata e riusata come magazzino di pertinenza del suo stesso ampliamento, niente di strano se ora, abbandonato l’abnorme ibrido per trasferire l’attività nel nuovo capannone – anni 80, giusto dall’altro lato della strada, si fosse pensato di trasformare il tutto in magazzino. Era così vicino, così comodo! Non c’era che da attraversare la strada, cosa che facevo tutti i giorni più e più volte, alla guida del “mio” muletto – anno di fabbricazione 1954. La scena si svolge nell’estate del 1998. L’autore, che non era ancora autore, di ritorno dal capannone anni 80, dopo essersi guardato intorno, parcheggia il suo muletto d’epoca nel cortile del capannone anni 50, scende, si stira, si accende una sigaretta. Credendo di essere solo, si rilassa, abbassa la guardia. E mal gliene incoglie: improvvisamente, le piante di pomodoro dell’orto confinante, di pertinenza della nuova casa padronale – anni 80, vengono scosse da un brivido e la figura del vecchio padrone – anno 1925, si materializza tra esse, come spuntando direttamente dalla terra e, attrav
ersato il cortile con passo deciso, ma senza fretta, si ferma di fronte a lui, l’autore, e lo fissa per un momento in silenzio, consistente come un fatto. Poi dice: Si ricordi che qui lavoriamo coi secondi, capisce, coi secondi! Arrivederci, aggiunge; poi si gira e si allontana per scomparire tra le piante di pomodoro da cui era venuto. La portata di quelle parole, al momento mi sfuggì, ma, visto che le avevo prontamente trascritte nel relativo taccuino, qualcosa dovevo avere intuito. Niente di strano, mi capita spesso così con le parole, mie o di altri che siano: capisco che sotto c’è qualcosa, le scrivo, le tengo lì, magari per anni, e poi all’improvviso, tutto si chiarisce. In ogni caso moriamo, dice Gajev a Trofimov che va predicando la necessità del lavoro, nel “Giardino dei ciliegi” di Cechov. Ec
co, dopo circa 11 anni, una risposta che mi sembra adeguata. Peccato che il vecchio, come detto un modello obsoleto risalente al 1925, sia nel frattempo trapassato. Tempi e metodi non sono più nulla per lui. Ma quelle sue parole asciutte, secche, del tutto a-retoriche: Si ricordi che qui lavoriamo coi secondi, aveva detto, e io mi ero ricordato. Ora finalmente capivo: il tempo della macchina, a questo si riferiva il vecchio, anche se non lo sapeva; proprio perché non lo sapeva. Una rotazione completa del tamburo rotante della betoniera intorno al suo asse: su questa unità di tempo è tarato l’orologio degli umani e dei flussi relativi; o viceversa, in fondo la cosa ha poca importanza: animali, vegetali, persone, sentimenti, pensieri, ovvero merci e flussi di merci, e in definitiva tutto ciò che si muove in e per questo territorio, si regola sullo stesso metronomo, “lavora” con gli stessi secondi, o meglio, nel caso umano, ne ha l’impressione; ma negli interstizi, nelle pieghe, nei bordi, negli spazi residui, abbandonati, ai margini, fuori dal flusso, un altro tempo lavora e così in ogni caso moriamo.
Curioso: i luoghi in cui più intensamente se ne percepisce la presenza sono le fabbriche abbandonate. La prima impressione che si ricava, esplorando questi spazi, è che lì il tempo si sia fermato, ma naturalmente no, non è così, solo non scorre, non fluisce, soggiorna, abita il luogo, ne pervade l’atmosfera, si fa respirare, toccare, pensare, e nel mentre lavora, indifferente, con ostinata determinazione. E niente più nebbia.
Tutta la polvere si è depositata. Un’idea di silenzio. E’ solo un ritmo diverso, incredibilmente largo rispetto a quello del frantoio universale – betoniera, a cui siamo abituati. E così, “Nelle sonanti sale, ove il lavoro / salute e giovinezza immola all’oro ”, non riecheggiano ormai che mute parole, secche, asciutte, a-retoriche, pura struttura che, al pari della fabbrica che le contiene, rende visibile – udibile, la condizione del suo fondamento. Ma col tempo tutto cambia, e “La forma dell’edificio muta al mutare del terreno/fondamento ”. Interno, esterno, alto, basso, il prima, il dopo, le parole: tutto va ripensato a un tempo – ritmo, diverso. Altrimenti ci ritroveremmo interdetti, come quel passante distratto di cui parla Kierkegaard, il quale, avendo notato nella vetrina di un rigattiere un vecchio cartello con la scritta: Qui si vende pane, entrò e chiese un chilo di pane.
Allo stesso modo, ora che è tempo, non dobbiamo assolutamente distrarci, né farci illusioni.
Questa non è un’uscita.











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