Il territorio è la nuova Grande Fabbrica
di Giovanni Bonotto – industriale del tessile (archiviobonotto.org)
È finita… ormai tutti lo sanno: l’industria manifatturiera ha perso la sfida schiacciata dal costo\minuto. Dice Tony Blair: “il futuro è di Cina e India e il centro del mondo si sta spostando a Est con un cambiamento così radicale che Europa e America non possono ancora capire quali saranno le ripercussioni”. Stiamo entrando in una nuova epoca in termini di potere.
Che fare?
Parole come ricerca, creatività o crisi sono abusate e anacronistiche. Credo che sia necessario inforcare un paio di occhiali nuovi per rileggere il mondo e i processi. Il problema è che oggi non ci sono più orecchie disponibili ad ascoltare: siamo saturi.
Gli ultimi 20 anni ci hanno regalato rumore e saturazione, perché il design si è concentrato sul decoro delle superfici disegnando la “buccia delle cose”, perdendo il sacro rapporto forma-funzione e le mode sono diventate solo “glam” temporanei. Gli industriali hanno creduto soprattutto in macchinari con performance ad alta velocità produttiva per comprimere i costi (perdendo sempre di più le qualità artistiche/artigianali espresse dall’infinità dei dettagli della manifattura) e quindi il prodotto, senz’anima, è scaduto sino a diventare solo comunicazione. Meglio essere tutti veline e tronisti… ed ecco la scomparsa dei maestri artigiani e delle loro antiche tecniche “a regola d’arte”. Tutto il nostro patrimonio di know-how ultra centenario svuotato di senso e buttato via, o quasi. Cosa fare?
Crediamo che l’industria manifatturiera debba ripensare i propri prodotti non più imbonendoci di “nuove novità” (nessuno ha più voglia di ascoltarle), ma ritraducendo nella contemporaneità tutta la storia e la memoria che il nostro territorio ha prodotto per mezzo dell’atavica saggezza del “fare a regola d’arte”. Quindi forme che funzionano e che non comunicano soltanto un’immagine. Non produrre più i prodotti-rumore è una forma contemporanea di ecologia. Crediamo che l’industria manifatturiera debba convincersi che lo spendere più tempo per produrre “a regola d’arte” oggetti con sapori è il nuovo concetto di lusso. Il sogno è pensare alla fabbrica lenta. Crediamo che il design non dipenda più dalle “tendenze moda” (es.: quest’anno facciamo la giacca rossa o verde?), ma è la scoperta tecnologica che cambia radicalmente il prodotto e lo rende seducente per il consumatore annoiato. Il problema è che oggi tutti noi preferiamo comunicare, mentre dimentichiamo il fare: cioè la nostra grande storia di cultura artigianale che a partire dalla bottega rinascimentale e passando per il boom economico del dopoguerra (dove il sapere artigianale si è fuso con le procedure industriali) ci ha fatto diventare “made in Italy” in tutto il mondo. Oggi, ogni prodotto deve contenere una grande storia, magari un mito, da raccontare (ad esempio vedi il successo di: il Codice da Vinci, Harry Potter, Il Signore degli Anelli…) e questa si chiama identità. Guarda caso, e per fortuna, noi italiani siamo i più ricchi al mondo per storia, cultura, arte e artigianato di qualità. Oggi, è opportuno che i managers ritornino a essere in primis i “maestri d’arte” dell’abilità manifatturiera piuttosto che virtuosi comunicatori. Oggi, sarebbe opportuno spiegare ai genitori che è meglio mandare i figli a imparare un mestiere “a regola d’arte” piuttosto che aspirare al colletto bianco. Oggi, un territorio forte è l’unica salvezza delle imprese, perché la nostra sola chance è che i nuovi ricchi del mondo diventino i migliori clienti della nostra cultura e storia.
Il territorio è la nostra nuova fabbrica. Ecco perché le istituzioni come, ad esempio, la Biennale di Venezia dovrebbero uscire dai loro bellissimi giardini, ramificarsi dentro i luoghi del quotidiano e contribuire alla qualità dell’humus della vita di tutti i giorni. Marcel Duchamp diceva: “l’opera più grande che puoi fare nella vita è la tua vita”. Ecco perché un “pugno di sognatori di buona volontà” cerca di impollinare il territorio credendo possibile un modello di fabbrica della Cultura, Storia e Identità Contemporanea che, ci auguriamo, sorgerà nell’ex-macello di Bassano del Grappa. Oggi, anche tutto questo si chiama: INNOVeTION VALLEY.



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