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Istantanee di infiniti possibili

Submitted by Marco Mari on giovedì, 23 luglio 2009No Comment
di Marco Rainò

INNOVeTION-VALLEY_Camp-Fusina_[Giulio-boem]_01Foce del naviglio Brenta: uno scampolo sghembo di costa tra le insenature e in mezzo all’ansa della Laguna, quell’arco geografico che identifica un ambiente di transizione, di terre e d’acqua, prima che sia davvero mare. Da qui l’orizzonte a est è Venezia città. Poco oltre è l’Adriatico aperto.
Fusina ha i connotati di una frazione di territorio in piano, una località minima per estensione, in equilibrio tra la zona industriale di Porto Marghera e la Serenissima; è un luogo-finestra, una postazione per osservare ciò che muove sulle acque verso cui si affaccia, ciò che viaggia seguendo una traiettoria di spostamenti continui, di avvicinamento, di allontanamento, nel flusso perenne e inarrestabile che significa turismo o commercio.

In questo frammento di paesaggio veneto, nel riverbero bianco della luce diffusa lagunare, non si ha stallo, non ci si arresta. Qui si passa, nomadi verso altrove. A Fusina, l’unica opzione di sosta ha i caratteri del temporaneo per antonomasia, un luogo non luogo chiamato campeggio in cui le architetture sono effimere, dislocabili o smontabili, fatte di materia leggera a comporre un villaggio tra gli alberi che potrebbe non essere il giorno seguente, trasferito in altri lidi per ospitare altri individui, persone con l’attitudine a trovare quiete nel momentaneo, in una precarietà ritenuta rigenerante, in una condizione di semplicità per la quale il minimo indispensabile è sempre e comunque sufficiente. Il “Camping Fusina”, è da molto tempo un’area di stazione per chi ha poco tempo, per chi cerca una casa modulo da vivere per ore o nel lasso di alcune giornate
Tra le unità mobili, i caravan e le tende, tutto ciò che è stabile, costruito e inamovibile, è qui dal 1957, anno in cui Carlo Scarpa fu incaricato di progettare una sistemazione per il campsite che includesse tre unità funzionali a servizio dei campeggiatori: un padiglione di ingresso, un locale per il bar-ristorante e il blocco dei servizi.
Sono costruzioni “elementari”, perché in questo caso la ricca articolazione del linguaggio distintivo di Scarpa si semplifica raggiungendo il grado minimo: il progetto è pura composizione, fatta di pieni tra i tanti vuoti, di tessiture superficiali originali ottenute con materiali poveri, comuni, al limite dell’anonimato edilizio. Ovunque e sempre c’è la cura del dettaglio, il meraviglioso dettaglio in cui Carlo Scarpa rappresenta e interpreta infiniti mondi, nel microscopico aprendo al macroscopico denso di significati e in cui affermare “l’architettura che noi vorremmo essere poesia dovrebbe chiamarsi armonia”.
Lungo il percorso, al riparo tra gli alberi, si sommano le istantanee da portare con sé, come souvenirs memorabili di un viaggio. Il padiglione d’ingresso a pianta esagonale con le tettoie “a visiera” che si incrociano in copertura. La finestra asola, la feritoia che incornicia il paesaggio dall’interno, tagliando in verticale la vista di un intorno lagunare che è sempre ed irrimediabilmente orizzontale: un varco trasparente nella muratura che suggerisce una veduta, mira verso uno scorcio alternativo. Il ferro piegato in rampa o a chiocciola, per le strutture delle scale che portano su di un livello, che conducono ad un terrazzo: che il salire sia come evaporare, un’ascensione leggera. La batteria dei lavatoi a mensola, allineati in successione militare: grigio cemento per fare da conca all’acqua. E poi, infine, l’alfabeto originale composto in segmenti, dogmaticamente lineare, con cui l’architetto scrive “shop market”, “restaurant”, “pizzeria” e le cui lettere sono spigoli, angolari elementari come frammenti in cui è stata scomposta la figura del labirinto, l’icona enigmatica che Scarpa assunse spesso come simbolica del suo viaggio professionale. Anche a Fusina, come sempre altrove, Carlo Scarpa compone un’architettura di ripetizioni timbriche, di sequenze tonali, e il suo disegno si traduce in materia che sembra avere un’espressività sonora, una vibrazione musicale. Come nella composizione orchestrale a microintervalli che gli dedicò nel 1984 il veneziano Luigi Nono: A Carlo Scarpa, Architetto, ai suoi infiniti possibili.

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