Le fabbriche della creatività
La fabbrica è il simbolo del successo economico del Nord–Est. E’ il luogo del lavoro e della produzione. Elemento cardine di un modello di sviluppo basato sulla quantità. Proprio la fabbrica sta oggi attraversando un profondo cambiamento riconducibile al passaggio da un’economia basata sulla manifattura (sulla quale il Nord–Est ha puntato a lungo) a una basata sulla creatività. Questo cambiamento è visibile in due ambiti. Il primo riguarda le fabbriche di quelle medie imprese che sono le protagoniste della produzione creativa a livello regionale. Si produce sempre meno e ci si specializza nelle attività più innovative (design, comunicazione, tecnologia).
In più le fabbriche diventano belle. Sia esternamente, con progetti particolarmente significativi dal punto di vista architettonico (Le bolle di Nardini, La nuova sede di Nice), sia internamente, ospitando lavori di artisti contemporanei (Bonotto con la collezione Fluxus, Lago con l’art waiting room). Il secondo riguarda la riqualificazione dei vecchi impianti industriali. Le ex officine CNOVM della Giudecca a Venezia sono state ristrutturate e trasformate in un incubatore d’impresa – Venice Cube – che oggi ospita 18 imprese specializzate sul fronte della comunicazione avanzata e dei servizi legati alla creatività. L’ex Fornace di Asolo è stata recuperata e ampliata con la costruzione di nuovi spazi che sono stati destinati a 19 start-up che producono dal software di nuova generazione all’industrial design. La Fabbrica Alta di Schio da luogo simbolo della vocazione manifatturiera di un territorio è diventata uno spazio dedicato all’animazione culturale. Per non parlare, naturalmente, della prima fabbrica della modernità, l’Arsenale, che ospita i padiglioni della Biennale. Con la graduale riduzione delle attività manifatturiere nel Nord–Est sarà sempre più importante capire in che modo dare un senso alle vecchie fabbriche. Non si tratta di un esercizio scontato. Per due motivi. Il primo riguarda l’hardware.
Il territorio è affollato di aree industriali periferiche e poco attraenti dal punto di vista estetico (se ne estimano oltre 2000). Le esperienze più innovative di recupero sia a livello nazionale che internazionale (Central ad Istanbul, Tate Modern a Londra) hanno dimostrato la loro efficacia proprio laddove l’edificio di partenza ha una sua connotazione esteticamente significativa ed è situato nei pressi di importanti aree metropolitane. Molto più difficile pensare di riqualificare capannoni industriali prefabbricati e anonimi. Il secondo riguarda invece il software. I distretti industriali hanno rappresentato quel collante socio-culturale in grado di far funzionare le tante fabbriche distribuite sul territorio. Oggi questo collante non è più adeguato per mettere in rete le attività ad alto valore aggiunto quali la creatività e il design che tendono a svilupparsi all’interno di reti non più locali ma internazionali. Da questo punto di vista, le diverse iniziative presenti sul territorio meritano di essere maggiormente interconnesse. La costituzione da parte del Parco Vega di Venezia di meta-distretti indirizzati a mettere insieme profili professionali e imprese che operano nell’ambito della multimedialità e della creatività costituisce un buon punto di partenza. Queste iniziative andrebbero maggiormente sostenute dal punto di vista finanziario per costruire reti più robuste capaci di far crescere le nuove imprese nate sul fronte della creatività e allo stesso tempo attrarre nuovi imprenditori.



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