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L’Innovazione parte dalla tradizione

Submitted by Marco Mari on giovedì, 23 luglio 2009No Comment
di Massimiliano Bucchi

usb“Comune, nome nuovo e pessimo”. Così fu salutata, nel XII secolo, un’innovazione politico-istituzionale epocale come la nascita dei primi comuni. Erano tempi in cui il ‘nuovo’ suscitava di per sé sospetto e ogni sforzo degno di lode doveva essere volto all’imitazione dei modelli dell’antichità. Oggi, anche su impulso della scienza, siamo portati a considerare ‘il nuovo’ come un orizzonte positivo indiscusso verso cui proiettarci. Il discorso sull’innovazione è divenuto una vera e propria retorica a cui, almeno a parole, nessun politico o imprenditore riesce a sfuggire.

Una simile retorica porta tuttavia ad adottare una concezione semplicistica dell’innovazione. Soprattutto in un contesto come quello italiano, infatti, è importante guardare all’innovazione come a un concetto più ampio che non la mera introduzione di nuove tecnologie.

Un’innovazione banale sotto il profilo strettamente tecnico come il walkman, alla fine degli anni Settanta, non avrebbe rivoluzionato le modalità di ascolto della musica senza l’avvento di una generazione urbana fortemente sensibile alla possibilità di portare con sé la propria musica preferita durante gli spostamenti o in ambienti affollati e rumorosi.

Ed è del resto ben noto a businessmen e creativi di settori quali la pop music o la moda, come in alcuni casi si possa innovare riproponendo un prodotto ‘vecchio’ se nel frattempo i consumatori sono sufficientemente cambiati –  al punto che termini quali ‘revival’ o ‘vintage’ sono entrati nell’uso comune per definire stili e tendenze del consumo.

Secondo lo scrittore e studioso di tecnologia Bruce Sterling, quattro sono le fasi cruciali di un’innovazione: question mark (non si capisce ancora bene che cos’è), rising star (fase emergente), cash cow (ci si fanno i soldi), dead dog (l’innovazione ha ormai perso ogni forza propulsiva). Bene, non è affatto detto che l’innovazione non possa passare dalla rivitalizzazione di energie considerate ormai esaurite. Si pensi in ambito gastronomico ai cosiddetti ‘prodotti tipici’ e a come i negozi Eataly abbiano rigenerato – elevandoli a stile di vita e di consumo moderno – cibi e prodotti ormai dimenticati.

È anche sulla base di questa consapevolezza che Observa Science in Society, centro non profit vicentino dedicato ai rapporti tra scienza, tecnologia e società ha aderito, tre anni fa, al network europeo Città della Scienza, coordinato dalla città di Barcellona. Una rete nata per sviluppare un coinvolgimento del pubblico sui temi della scienza non generico e astratto ma fortemente radicato nelle differenti sensibilità locali e territoriali dell’Europa. Ed è stato naturale pensare all’architettura come contesto territoriale in cui l’incontro tra scienza, tecnologia, società e cultura è sempre stato fertile e vivo e in cui l’innovazione sociale e culturale è sempre andata di pari passo.

Così, per il terzo anno consecutivo, dal 16 al 19 aprile, Villa Caldogno sarà il teatro di dialoghi tra scienziati, architetti, attori e scrittori;  di concerti, spettacoli teatrali e cinematografici, di esperimenti con la musica delle piante ed esplorazioni scientifico-gastronomiche. Perché l’innovazione a cui molti oggi guardano –  che nasce dalla contaminazione e dall’arricchimento reciproco tra linguaggi e saperi diversi – è una preziosa risorsa della nostra tradizione culturale. Perché un’innovazione che guardi avanti senza coscienza della propria storia rischia di essere solo vuota retorica.


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