Marghera, il futuro che non c’era?
Negli ultimi quindici anni, in Europa si è assistito ad un processo sempre più esteso e multiforme di riconversione di spazi pensati e costruiti per ospitare attività di tipo industriale e oggi ridestinati ad usi produttivi legati alla cosiddetta economia dell’immateriale, o anche ad attività di tipo esplicitamente culturale. Si tratta di fenomeni che, in alcuni casi, hanno cambiato completamente la faccia di città dalla lunga tradizione industriale, e non a caso hanno trovato un terreno particolarmente fertile nel paese che della rivoluzione industriale è stata la “culla”: il Regno Unito. Per città come Glasgow, Liverpool o Newcastle, messe in ginocchio da una de-industrializzazione repentina e selvaggia, la possibilità di cercare per il proprio patrimonio produttivo apparentemente morto e destinato ad un definitivo smantellamento una nuova – e per certi versi imprevedibile – vita fatta non più di sudore, fumi, rumori assordanti, ma di tecnologia, design, giovani professionisti freschi di college, si è prospettata come una sorta di miracolo.
Che in molti casi ha funzionato, dando concretezza allo scenario della Creative Britain: l’ambizione di fare del paese il centro della rete globale della creatività. Un’ambizione in parte ridimensionata dalla grave crisi economica, che nel Regno Unito ha colpito in modo particolarmente duro a causa del grande peso che la finanza aveva assunto in questi ultimi anni all’interno del modello di sviluppo nazionale. Ma il fenomeno, come dicevamo, ha ormai preso piede in tutta Europa, e persino nei paesi dell’Est Europeo che in molti casi sono ancora pienamente immersi in quella fase di sviluppo industriale che nel nostro Occidente è ormai superata. In Italia, tuttavia, ciò è avvenuto in modo abbastanza discontinuo e localizzato. Non meraviglia che sia stata Torino, la città che in Italia più di ogni altra ha scommesso su uno sviluppo basato sul modello post-industriale, il luogo in cui la riconversione degli spazi industriali ha trovato, e ancora trova con grandi progetti come quello della trasformazione dell’Officina Grandi Riparazioni, la sua attuazione più compiuta e coerente. In Veneto, dove pure gli spazi non mancano e dove, come si documenta in questo numero, la riconversione non riguarda soltanto gli spazi della grande industria ma anche la variegata e fantasiosa fauna dei capannoni, questa visione di insieme tarda a definirsi. Eppure è proprio in Veneto che si trova il luogo che probabilmente ospiterà uno dei progetti di riconversione più vasti e importanti a livello europeo: Marghera. A dire la verità, è tutt’altro che certo, allo stato attuale, che Marghera verrà trasformata in un polo specializzato nell’economia della conoscenza e nell’industria culturale e creativa. C’è chi pensa tuttora che per molto tempo a venire quello spicchio di Laguna continuerà ad ospitare un polo della chimica pesante. Ma ci sono pochi luoghi in Europa nei quali un processo di riconversione post-industriale potrebbe fondarsi su motivazioni tanto solide come nel caso, appunto, di Marghera: e si tratta di motivazioni di sostenibilità non soltanto ambientale, ma anche urbanistica, economica e sociale. Il Veneto di oggi è una economia distrettuale in piena trasformazione, che si sta spostando rapidamente dal terzismo senza identità di marca verso modalità di creazione del valore sempre più design-oriented: dove la successione generazionale ha funzionato, le imprese acquistano un respiro sempre più internazionale e una sempre maggiore sensibilità per l’innovazione, le competenze, l’esplorazione di nuove nicchie di mercato piuttosto che il presidio efficace di quelle esistenti. La vecchia saggezza del “rimboccarsi le maniche” da sola non basta: conta sempre più come si lavora, e non soltanto quanto. La conseguenza di questo nuovo assetto è che l’area metropolitana veneziana deve e dovrà diventare sempre di più il gateway internazionale di una rete produttiva che nella Laguna vede non soltanto una vetrina prestigiosa e spendibile all’estero, ma anche un luogo di invenzione e di scambio culturale, come è stato per secoli. Si obietta che rendere Marghera un polo post-industriale costerà molto, anche soltanto in termini di bonifica ambientale. Certo che sì. Ma se l’operazione Marghera diventerà parte di una “operazione Venezia” che miri a trasformare l’intero polo lagunare-sublagunare in una metropoli della produzione culturale e creativa di livello europeo (come peraltro sta avvenendo già in altri territori europei beneficiati da condizioni storiche e ambientali molto meno incoraggianti delle nostre), strutturalmente connessa ad una delle più grandi reti territoriali europee di impresa innovativa, non mancheranno i capitali, anche “foresti”, che renderanno ciò possibile: è già avvenuto altrove, avverrà ancora. Chi conosce il territorio sa che l’infiltrazione creativa di Marghera è già cominciata da tempo, che esistono già gli studi degli architetti, degli artisti, dei giovani professionisti. Pionieri o illusi? Pionieri, siamo pronti a scommetterci.



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Ciao,
ho trovato davvero molto interessante questo punto di vista su Marghera. Per noi di Marghera si parla della zona gialla denominata Marghera Est – Porto Marghera (vedi nel sito di marghera digitale).
Ho ripreso integralmente l’articolo (citando le fonti) e pubblicato sul sito di viva marghera (trovate il gruppo si Facebook e conta quasi 400 iscritti)
Al termine ho inserito delle slide relative ad un progetto europeo che metteva in relazione la “Città del lavoro” (Porto Marghera) con la “Città Giardino”, ovvero la Marghera Urbana.
Ho aggiunto anche un innovativo documento istituzionale che illustrai nel corso di un’assemblea pubblica con il Sindaco. E’ del novembre 2005 e si intitola “MARGHERA VALLEY”.
Vittorio
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