Marghera. Waste land, land net.
Ricca di exempla la Marghera d’oggi, per chi cerca simboli d’epoca, scrutando per nuovi cieli e nuove terre o temendo apocalissi. La waste land è certo lì, incontrovertibile, prodotto di quasi un secolo di sviluppo insostenibile, scriteriato. Per dire, ancora all’inizio degli anni 60 il criterio era questo: “Nella zona industriale di Porto Marghera troveranno posto prevalentemente quegli impianti che diffondono fumo, polvere o esalazioni dannose alla vita umana, che scaricano nell’acqua sostanze velenose, che producono vibrazioni e rumori” (art.15, comma III, Norme tecniche di attuazione del Piano regolatore generale di Venezia, 1962). Risultato, milioni di tonnellate di ossidi di zolfo e di azoto, acido solforico, acido nitrico, acido cloridrico, acrilonitrile, dicloroetano, cloruro di vinile, idrocarburi policiclici aromatici, ammoniaca, cloro, cianuri e metalli come piombo, cromo, rame, zinco dispersi nell’aria. Milioni di metri cubi di fanghi velenosi, zeppi di arsenico, cadmio, cromo, mercurio, nichel, piombo, rame, zinco, furani, pesticidi, idrocarburi.
Unreal city? No: realissima, concretissima, nel più crudele dei mesi prolungato per un secolo. Ecco perché si può vedere nella Marghera attuale un esempio di catastrofe, relativa a un’idea (un certo tipo di sviluppo pesante), a un modello sociale (che sta consumando la sua crisi nella disperata vertenza dei chimici ogni giorno in lotta per strada), perfino a un’estetica (il futurismo, che a Marghera – sua cloaca massima – ha davvero trionfato nel ‘900). Ma, appunto, è troppo ricca di esperienze Marghera, che molto ha incubato e generato, per ridursi solo al lascito del suo infinito cruellest month. C’è una techno land che vi cresce sopra, attorno e contro e, in un certo senso, nutrendosi di questa waste land. È l’industria ad alta intensità tecnologica e scientifica che sta crescendo e che pone al centro della ricerca e delle produzioni la rigenerazione dei materiali e degli stessi scarti del ciclo industriale precedente – la bonifica delle migliaia di ettari del vecchio polo novecentesco e della grande, millenaria laguna: di cui è formidabile esempio il progetto ormai in atto del Vallone Moranzani, in cui messa in sicurezza, riuso dei terreni, ridisegno del paesaggio al limite della land art, formano un unicum che farà restare a bocca aperta, a suo tempo – e l’invenzione dei materiali nuovi per il nuovo secolo, che la rende parte ancora non nota ma sicura dell’InnoVetion Valley. È la crucialità del luogo come potente sito logistico tra Oriente, Mediterraneo ed Europa, come porto, e come snodo tra tutte e di tutte le fondamentali infrastrutture contemporanee, tra terra, mare e cielo (e con e nella Rete).
Capannoni di nuovo tipo, insomma, officine del rigenerato, del nuovo e anche dell’inaudito, come accadde al Capannone della Pilkington un decennio fa, quando ospitò una grande mostra di Denis Oppenheim che condusse visitatori, amanti, esperti d’arte a migliaia nel cuore di una Marghera ancora tra cupe vampe e illusioni fiere. Ad ammirare, tra le opere, quella Land Net (del 1995) che, in legno e gommapiuma, nel gioco di colori d’acqua e di terra, di natura e di tecnologia, rivela, come la Marghera di oggi e di sempre, il nesso reticolare tra scienza e natura, tra tempi storici e tempi biologici.



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