Maurizio Marchiori – Al contrario
Una mattina sui tetti di New York con Maurizio Marchiori, l’ideatore di Tar, che qualcuno già definisce, la “più bella rivista al mondo”.
Ciao Maurizio, questo primo numero di Innov(e)tion Valley Magazine è dedicato al tema del rischio, “take your risk”, argomento che sicuramente ti si addice, vista la tua esperienza personale e professionale.
Cominciamo quindi a parlare di te, della tua scelta di venire a vivere a New York e di tutti i rischi annessi e connessi…
Sono arrivato qui il 23 luglio del 2001, data un po’ particolare perché poi, neanche due mesi dopo, sappiamo cosa è successo… è stato dunque un incontro duro con la città, appena traslocato non sapevo come e se muovermi di casa. Questo comunque mi ha legato maggiormente alla scelta di venire a vivere negli Stati Uniti.
Era un’esperienza che volevo fare sin da quando ero giovane ed era New York ad attrarmi, la città che non sa fermarsi, la vera città delle opportunità. Venendo dal settore del marketing per me era in assoluto l’ambiente dove potevo trovare espressione.
Ho iniziato come responsabile Marketing di Diesel nell’headquarter di New York e ci sono rimasto fino al 2005.
E dopo questi quattro anni come responsabile Marketing Diesel a New York, sei tornato in Europa..
Vista la mia grande passione per le moto, ho accettato la proposta di andare a lavorare per Suzuki con base in Belgio come responsabile del reparto corse, nella specifica della Super Bike. Ma mi sono reso conto che questo mondo non correva alla velocità che volevo correre io. Corre molto veloce in pista, ma nelle strategie, nell’evoluzione e nel rapporto tra racing/corse e marketing è distante rispetto alla velocità che bisogna avere nella sfida del mercato. Quindi ho lasciato l’azienda alla fine del 2006 e poi ho deciso, questa volta ancor più consapevole, di tornare a New York.
Sono tornato con una nuova sfida, ancora più grande: quella di creare un’entità, TAR, che unisca sinergicamente da una parte il business e dall’altra il mondo della creatività e innovazione.
A questa tua nuova e coraggiosa impresa tra arte e mercato, arriviamo tra un attimo, prima però una curiosità: perché hai sentito l’esigenza di lasciare un’azienda come Diesel?
Questa è stata un’operazione a cuore aperto senza anestesia. dopo aver vissuto e visto crescere un’azienda per quasi vent’anni me lo sono chiesto molte volte. lo considero un atto d’amore verso diesel. Ho vissuto talmente tanti sogni lì dentro che era quasi un vivere dormendo. Ho capito che era arrivato il momento di prendere un altro percorso. In un certo senso ti vuoi svegliare per assaporare meglio quel sogno che hai vissuto.
Raccontaci di come è nato Tar, stimolante sfida insieme al gruppo veneto Grafiche Siz.
Ho conosciuto Massimo e Nicola Simioni di grafiche Siz ad asiago un anno fa e raccontando loro il progetto di tar iniziato con Evanly Schindler, fondatore di Black Book, c’è voluto poco perché nascesse questo “matrimonio”.
TAR non è solo il magazine, nasce come un progetto globale che mette in atto la sinergia tra arte e mercato attraverso l’area Publishing con il magazine e libri d’arte di alta qualità, l’area Branding con servizi marketing e product oriented, l’area Film e documentary. Avevamo quindi abbozzato questo progetto da poco e quando l’abbiamo condiviso con i responsabili di Siz, Massimo e Nicola, da subito sono diventati i nostri partners. Oggi l’unione di TAR e Siz ha portato al lancio della rivista e del primo libro fatto con l’artista Rachel Feinstein.
Quali sono i contenuti, la mission, il linguaggio di questo nuovo magazine?
L’idea di tar è quella di avere un manifesto che possa rappresentare quello che noi abbiamo in testa e che rimanga quasi come un biglietto da visita. C’è la voglia come ti dicevo di unire arte e business… Chi mai avrebbe pensato che Takashi Murakami disegnasse una Louis Vuitton rendendola l’accessorio più venduto nella storia del fashion?
Tar è quindi strumento importante per collaborazioni e sinergie tra arte e industria.
Solo la copertina ti può dire qualcosa: il ritratto di Benicio del toro con l’intervento artistico di Julian Schnabel. Poi ti posso annoverare tantissimi altri artisti che hanno collaborato al primo numero, da ryan Mcginley a Matthew Barney, da David Cronenberg a Naomi Wolf.
Come nasce l’interazione con questi artisti diciamo “well established”?
Attraverso il confronto. Ci sono artisti famosi che s’intervistano su tematiche sociali o ambientali, proponendo quindi altri punti di vista. Si passa quindi dai nudi inediti di Mcginley all’intervista con l’architetto che vuole fare di tokyo la prima città sostenibile, ad un articolo molto interessante sulla sovrappopolazione…
Il magazine non è una piattaforma celebrativa ma d’espressione da diversi angoli. Se fossimo andati da Schnabel con un servizio su Paris Hilton probabilmente non ci avrebbe ascoltato, noi ci siamo rivolti a lui chiedendo un suo punto di vista sul rapporto tra Benicio Del Toro e Che Guevara nel film Che.
Si è talmente emozionato che ha deciso di scattare lui stesso i ritratti a Benicio che sono nel magazine.
Tar anagramma di Art.
Abbiamo giocato sulla parola arte ma non solo, “tar” in inglese è tutto quello che esce dalla distillazione del materiale organico… tradotto un po’ in maniera “veneta” posso dire che la mission di TAR è: qualunque cosa ti capita per le mani spremila. Spremendo, riesci sempre a tirar fuori qualcosa di positivo.
Tar quindi come volontà di spremere quello che capita sotto mano per farne uscire soluzioni e idee nuove. E tornando alle tue origini, i veneti sono abituati a “spremere”, aggiungendo sempre, come hai fatto anche tu, una buona dose di rischio…
La vita per me è fatta esclusivamente di rischi. Indipendentemente da quello che fai, sei obbligato ad un certo momento a girare a destra o a sinistra. Pensando al rapporto Veneto-Stati Uniti, una cosa che mi fa morire è che il termine “fallimento” non esiste nel vocabolario americano. Qui non si fallisce, si chiude perché determinati fattori non hanno portato ad un successo. Questo non vuol dire che la persona è fallita, anzi. Penso che nella vita sia più importante prendersi un rischio e al massimo dire “non ci sono riuscito”, piuttosto di rammaricarsi di non averci provato.
Bisogna avere le spalle forti soprattutto in questa realtà così competitiva, ma se uno vuole essere protagonista della propria vita deve rischiare, fa parte integrante della proiezione verso il futuro. L’unica perplessità del Veneto è che c’è talmente un’alta qualità di vita che il rischio, soprattutto nei giovani, non è qualificante come dovrebbe essere.
Sono abituati troppo bene. Se penso che io a cinquant’anni ho lasciato il mio comodo habitat, le mie amicizie, la mia terra, per vivere in un appartamento di 39 metri quadrati e uscire di casa essendo un completo estraneo.
Ecco questo è assumersi un rischio. Fondamentale per crescere. io consiglio a tutti di uscire dal Veneto e misurare le proprie radici, i propri valori all’esterno, per rafforzarli.

indubbiamente una bella sfida per un mercato oggi come quello dell’editoria in crisi.
lavorando dall’altra parte come pr e ufficio stampa me ne rendo conto ogni giorno e avere la forza di osare oggi vuol dire credere in un futuro migliore e sopratutto iniziare già a costruirlo.
sono da poco stata a new york e nonostante molti che l’hanno vissuta prima accusino un forte cambiamento e pessimismo, io ne ho sentito ancora l’energia, la forza, forse pulsare ad un’intensità più bassa, profonda, lenta ma comunque sempre viva…in attesa
osare, rischiare, sfidare i limiti… i propri, non abbandonarsi al sopravvivere ma tendere sempre ad altro… qui, in italia, dove la massima aspirazione è “imborghesirsi” … non è facile, … varcando l’oceano forse sì e certe scelte… da impopolari diventano… ambiziose ed audaci …
audacia a tutti allora… per una vita VIVA!!!
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