Nicola Verlato
Quando sei arrivato a NY la prima volta e perché questa città? Dopo 12 anni di Venezia e 7 di Milano, nel 2003 è venuta la volta di New York. Ero attratto dall’aspetto mitologico dell’America, quello di cui siamo stati tutti nutriti, sin da bambini. Desideravo poter aderire ai miti di questa città, viverli sulla mia pelle, non in maniera traslata.
Cosa emerge delle tue radici nella sfida quotidiana di NY? Sono nato in campagna, vicino a gente che lavorava 15 ore al giorno, senza mai fiatare. Questa dedizione al lavoro è qualcosa che ritrovo qui negli Stati Uniti. Nei miei dipinti emergono sicuramente aspetti della pittura veneta del Rinascimento, da Mantegna a Paolo Veronese, Tiziano o Giovanni Bellini. A New York lascio che tutto il patrimonio culturale da cui derivo diventi protagonista della scena, insieme alla mia contemporaneità.
Ed entrando nel vivo del tuo lavoro, una riflessione sul legame tra New York e Venezia, due poli importanti per lo sviluppo del tuo immaginario. Ho avuto un po’ la sensazione di respirare la stessa aria. Nel Rinascimento Venezia era la città delle libertà, ribolliva di cultura e stimoli. New York è una città senza testa, fulcro di un territorio molto più vasto degli Stati Uniti. Io sono venuto qui per trovare quel centro, prendendomi il rischio di scoprirlo fuori dalla mia terra.
L’icona del teschio è spesso presente nei tuoi quadri, ricollegandoci all’asse New York –Venezia, come pensi che questo simbolo si sia sviluppato nel corso del tempo?
L’immagine del teschio produce l’idea di una “gravitas” necessaria di questi tempi, soprattutto nel panorama dell’arte di New York. Un memento mori a cui una città come questa deve far fronte. Venezia, come New York oggi, era costantemente in pericolo di “Hubris” rispetto all’ordine naturale, cui il teschio gravemente, ma anche sarcasticamente, richiama.



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