Un arcipelago di isole innovative
La storia recente è segnata dall’innovazione. Dalla scoperta del computer, negli anni Settanta, un pubblico sempre più vasto di utenti ha assorbito a velocità crescente ondate tecnologiche successive. È difficile spiegare la globalizzazione senza elettronica di consumo, semiconduttori, telefonini e Internet.
Globalizzazione e innovazione non sono neutre in quanto a distribuzione del reddito. L’innovazione beneficia chi la produce, ma non necessariamente chi la adotta. Nell’Ottocento gli operai tessili inglesi distrussero i telai meccanici; il reddito della classe media americana è stagnante o in diminuzione dal 1974. Analogamente, la globalizzazione fa crescere alcune economie a scapito di altre. L’automobile americana non si è mai ripresa dall’attacco giapponese; la produzione industriale del Nord Est è in ritirata dalla caduta del muro di Berlino.
L’Italia in generale e il Nord Est in particolare hanno reagito tardi e male alle ondate innovative. Le cause sono sistemiche: l’innovazione ha toccato industrie dove il Nord Est era scarsamente presente, e solo come utilizzatore. A posteriori, si possono individuare due cause: l’assenza di una cultura manageriale, che consentisse la crescita delle aziende, e l’assenza di un rapporto organico tra ricerca e industria (che ne è un corollario).
Una Business School può aiutare in entrambi i casi: non a risolvere la crisi di sistema, ma a far crescere isole innovative. Gli innovatori sono persone che vedono quel che tutti vedono, ma pensano quel che nessuno pensa. Questo è il programma di Esploratorio, un club di imprenditori e di manager che a cominciare dal 25 maggio riunirà periodicamente al CUOA innovatori, tecnologi, manager e istituzioni, per un dibattito a porte chiuse sugli ingredienti fondamentali dell’azienda innovativa.



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