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S’i fosse foco

Submitted by giulia.zerbo on giovedì, 4 marzo 2010No Comment
ph. Lorenzo Vitturi

ph. Lorenzo Vitturi

Tessuti creati a regola d’arte e prodotti da artigiani che utilizzano macchine risalenti agli anni Cinquanta. Un approccio al mondo industriale davvero unico nel suo genere, come si evince dall’imponente e arcaico telaio che segna l’ingresso dell’azienda. Quasi un simbolo che stiamo per entrare in una dimensione “altra” dove dimensione industriale e alta artigianalità riescono a convivere, innescando inediti cortocircuiti di pensiero e azione. Un esempio straordinario di come arte, tecnologia e tradizione possono creare un plus valore e alimentare una profonda cultura di prodotto. Tutti elementi fondamentali
per non perdere di vista la propria identità e uscire dalla crisi. Una storia che vale la pena di conoscere, leggendo le parole dello stesso Giovanni Bonotto, direttore creativo dell’azienda omonima.

Come si coniuga nella tua esperienza la dimensione tecnologica con il concetto di artigianalità?
Negli ultimi lustri la maggior parte degli industriali ha investito in tecnologia performante allo scopo di ridurre i costi e aumentare la produzione, sostituendosi all’operaio che diventa solo il controllore del processo e non più l’attore. In questa corsa abbiamo perso l’anima del prodotto nella convinzione che fosse sufficiente il brand a garantire l’identità (vuota). Oggi le fabbriche contano schiere di addetti, che sanno solo premere il bottone on/off con il risultato che i prodotti sono diventati “standard” e “fotocopie” che prendono vita grazie a strategie di marketing e comunicazione. Per me è stato fondamentale riappropriarsi della tecnologia, ma intesa come maestria del fare. Nella mia fabbrica lenta ho recuperato le tecnologie buttate “a ferro vecchio” e che necessitavano dell’ intervento manuale-magico dell’ operatore. Così ho deciso di produrre solo piccoli capolavori fatti a regola d’arte da veri maestri. Questi nuovi prodotti saranno, secondo me, maieutici e racconteranno delle piccole storie con precise identità.

In che modo l’arte contemporanea ha influenzato la tua visione aziendale? Come sei riuscito a far convivere l’arte all’interno dell’azienda?
Questa dimensione artistica all’interno dell’azienda non nasce a caso e non è così naif come subito potrebbe apparire. Mi spiego meglio: per tutta la vita la mia famiglia ha vissuto con gli artisti internazionali appartenenti al Fluxus e alla poesia visiva che soggiornavano da noi a Molvena. Durante il giorno producevano le loro opere nell’ officina dell’azienda e alla sera cenavamo insieme raccontandoci le nostre storie. Tanti sono stati gli artisti del Fluxus che hanno soggiornato da noi, da Yoko Ono, Joseph Beuys, John Cage tanto per citarne solo alcuni. E tutti hanno contribuito a “disarticolarci” il pensiero: il giorno dopo si tornava ai processi industriali con gli “occhiali della fantasia”. L’arte ci ha impollinato la vita quotidiana e di conseguenza quella aziendale.

Qual’è il messaggio che hai tratto dall’arte e hai poi applicato con successo in azienda?
Oggi tante aziende sono incuriosite dall’arte e in particolare alle possibilità di marketing connesse al mondo artistico. Oggi l’arte è fashion. La lezione del Fluxus mi ha insegnato che le azioni quotidiane della vita (come l’atto di mangiare, vedi Daniel Spoerri) possono essere arte. Il concetto che ho mutuato è una concezione di fare l’industriale come forma d’arte contemporanea. Gli artisti insegnano che c’è sempre un “altro pensiero” e quindi anche le possibilità di vedere il business sono infinite con le giuste lenti. Come gli artisti che ho avuto modo di frequentare, viviamo da “artigiani” alimentando nelle nostre aziende quotidianamente la cultura delle “mani” come elemento di plusvalore. Per produrre in fabbrica dei “piccoli capolavori d’arte” abbiamo bisogno di maestri artigiani che non sorveglino procedure, ma guidino i processi, mettendo un pezzetto d’anima in ogni prodotto. Così ci accade di scoprire che anche i difetti, se opportunamente esaltati, offrono delle possibilità straordinarie.

Quali consideri i tuoi “maestri” nella vita professionale e in quella privata? Quali le persone che ti hanno lasciato un segno?
In primis il professore dei “segni” Umberto Eco. Con lui ho imparato che anche “le cose” parlano e così ho scoperto l’alfabeto dei tessuti. Poi Carol Cristhian Poell, che mi ha trasmesso il valore del lavoro artigianale e quel senso di rottura con il mondo che ha generato l’equivalenza “comunicazione=prodotto”. Infine “Carlin” Petrini, presidente di Slow Food con il quale ho avuto lo stimolo di pensare alla “fabbrica lenta” come nuovo modello manifatturiero.

Elogio della lentezza e ritorno alle origini e al territorio. Concetti che vanno contro le attuali tendenze di marketing sempre più aggressivo, veloce e globale. Come può funzionare?
Oggi siamo tutti saturi di comunicazione: negli ultimi decenni abbiamo comprato sempre più stili di vita che prodotti “tout court”. Secondo me solo i prodotti con memoria storica e identità possono avere futuro. Questo, ad esempio, è il motivo che spiega il revival del “vintage” negli ultimi dieci anni. Oppure il successo commerciale in letteratura e nei film di leggende e miti storici come il Codice da Vinci, il Signore degli Anelli o la storia di Harry Potter. Ecco perché ho deciso di recuperare le vecchie tecnologie tessili, che ho trovato buttate come fossero ferri: piccoli gioielli di meccanica che ridanno luce a tramature, punti e superfici che i moderni macchinari non considerano nemmeno più. Ogni ditta chiudendo ha sepolto dei piccoli segreti che cerco di far tornare alla vita. La fabbrica non è più un luogo geografico di muri prefabbricati, ma rappresenta un territorio con le sue storie e memorie. L’unica possibilità di sopravvivenza dell’ industria manifatturiera è che i nuovi ricchi diventino i migliori clienti della nostra cultura.

Ph. Lorenzo Vitturi

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