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Quando l’atelier non fa a cazzotti con la fabbrica

Submitted by giulia.zerbo on lunedì, 24 maggio 2010One Comment

flaccavento sartoriadi Angelo Flaccavento, giornalista di moda indipendente
estratto da “!” Innov(e)tion Valley Magazine 3

Senza generalizzare, nella moda è in atto uno strano processo di mistificazione. Mentre la qualità dei prodotti – intesa come disegno e realizzazione – si abbassa sensibilmente, l’aura che circonda i prodotti stessi si inspessisce, con un effetto nebbia. In altre parole, più l’industria e la serialità bieca prendono il sopravvento, più la comunicazione si incanala sulla via, storta e fasulla, dell’elitismo esclusivista. Senza suonare colpevolisti, non si può non individuare il punto di svolta intorno alla metà degli anni 90: è stato in quel momento che le gestioni manageriali si sono installate con prepotenza nel cuore del sistema, facendo del profitto puro e duro il fine ultimo – unico? – dell’intero processo. Da allora, è stato solo un moltiplicarsi impazzito di uscite e collezioni, con effetti nefasti sull’immagine, dovuti in primo luogo alla delocalizzazione delle produzioni, e al loro susseguente scadimento. La componente di sogno che nella moda, con la M maiuscola, è una qualità inafferrabile ma imprescindibile, e che richiede tempo e manodopera, perché esige prodotti superlativi, è sparita per sempre. O quasi. Il fatto è che la moda industriale, il prét-â-porter di lusso, l’alta moda pronta o comunque si voglia etichettarla – non il mass-market, dunque, che è tutta un’altra storia – vive proprio dell’aporia serie-unicità: tutti i pezzi, infatti, sono riproducibili, un po’ come le opere d’arte di cui parlava Benjamin nel suo saggio seminale. Lungi dall’essere un giudizio, la nostra è la constatazione di un semplice dato di fatto. Esistono però modi diversi di affrontare la serialità, che può essere massiva o, al contrario, ponderata e, paradossalmente, esclusiva. Nella temperie attuale, la salvezza sembra così venire da quelle industrie, di cui l’Italia nonostante tutto è ancora piena, che hanno innestato la meccanizzazione sul sostrato artigianale, senza compromessi: realtà come il maglificio Miles o il calzaturificio Renè Caovilla, per citare a caso, oppure, fuori dal Veneto, le sartorie industriali Raffaele Caruso e Castor. È in questi luoghi, con loro network satellitare di piccoli laboratori specializzati, che il matrimonio tra pezzo unico e serie resiste miracolosamente all’attacco delle logiche di puro profitto, traducendosi in piccoli capolavori di fattura. La chiave è tutta nella dimensione: piccolo come flessibile, in altre parole, senza dimenticare che piccolo significa anche far sì che un sapere eminentemente non-scolastico venga trasmesso senza soluzione di continuità dal maestro al discepolo, assicurando la sopravvivenza di un inestimabile patrimonio di conoscenze. C’è però anche una seconda strada, sediziosa e ultra-democratica: l’industria come estetica, il basso profilo come qualità, la serialità elementare come scelta consapevole. È la via che ha percorso anni fa un visionario come Walter Albini, e dopo di lui, negli anni 90, Jean Colonna: creatori capaci di usare la fabbrica come un atelier, facendo di più con meno. Una cosa è certa, però: dove la moda è coinvolta, la macchina non può prescindere dalla mano. Mai.

One Comment »

  • una serialità che non impoverisce, realtà o utopia? « startuppandomi said:

    [...] è una discussione che risale all’inizio dell’era industriale, è il tanto contro il poco, il lento contro il veloce, sono stili di vita a confronto, ma questo tipo di riflessioni sono ancora attuali? L’industrializzazione è ancora il cancro della manifattura? A questo proposito ho trovato un interessante testimonianza di Angelo Flaccavento, giornalista di moda indipendente pubblicata su Innovetion Valley: [...]

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